Verona, Malesani: “Il calcio mi considera finito, non allenerò più”
lunedì 2 Novembre 2020 - Ore 14:59 - Autore: Staff Trivenetogoal
Alberto Malesani, in un’intervista rilasciata al sito della Roma, si racconta e dice: «Non allenerò più, ne sono certo». Ancora adesso è l’ultimo allenatore ad aver vinto la Coppa Uefa, poi diventata Europa League, alla guida di un club italiano, il Parma. Oggi la quotidianità è rappresentata dalla sua azienda vinicola, «La Giuva Winery», portata avanti insieme alle figlie Giulia e Valentina. «Mi va bene così, sono orgoglioso del mio quotidiano». Per quel che riguarda il calcio, Malesani è sicuro di aver chiuso questo capitolo della sua vita. «Ormai è così. La decisione è maturata con razionalità nel corso di questi anni. Quando senti che ti allontanano un po’, è inutile insistere. A un certo punto mi hanno messo dalla parte degli allenatori che consideravano finiti e con il tempo l’ho accettato. Non c’è problema, mi esprimo in un altro mondo. Venivo dal mondo aziendale prima e oggi ci sono tornato. Quasi chiudendo un cerchio. A volte ho provato del dispiacere, ma non traumi. Quelli proprio no. Di una cosa sono rimasto male, invece… Ovvero che l’esperienza in questo paese, e di conseguenza nel calcio, non venga premiata. Come detto, prima di fare l’allenatore venivo dal mondo aziendale. Per 17 anni ho lavorato per la Canon Italia. In Giappone, le persone con più esperienza le riprendevano in sede sfruttando la loro conoscenza. Non le buttavano via. Se mi manca il calcio? A questa domanda rispondo sempre la stessa cosa: uno che ha fatto per 26-27 anni il professionista, ad alti livelli, il calcio non può sparirgli dall’anima. In particolare, a uno come me, che ha vissuto questo sport sempre a 200 all’ora, 24 ore su 24. La cosa che più mi è mancata finora è il prato verde, il pallone, l’aspetto didattico, la tattica. L’allenamento globale, quotidiano. Altre cose non mi mancano, francamente. Ma questa sì, mi mancherà sempre. E per sempre. Per il resto la mattina mi vado a prendere il giornale quando faccio colazione. Leggo, mi tengo aggiornato, mi informo. Guardo soprattutto le partite che mi interessano. Quelle di Champions ed Europa League le seguo tutte. Il campionato italiano no, guardo le gare del Verona. E anche di altre squadre. In Serie A l’aspetto tattico è preponderante. Nel tanto vituperato campionato italiano è sempre difficile vincere una partita. Per chiunque. Perché il nostro è un calcio di precisione, maniacale. Anche io mi diverto a vedere una partita di Premier, ma quello che vedi in quei tornei lì, così come pure in Liga, non lo vedrai mai in Italia». «L’Atalanta», prosegue come un fiume in piena, «è una squadra che gioca molto aperta, ad esempio, non bada molto alle coperture preventive quando attacca, ma deve essere sorretta da una grande condizione fisica per arrivare al risultato e alla prestazione. Gasperini è uno dei migliori allenatori in Italia. Lui si è espresso bene dove ha trovato giovani da lanciare. E la sua mano deve essere totale. Con i giocatori meno affermati è più facile lavorare, trasferire determinati concetti. Mentre con quelli più esperti e di fama forse è più complicato portarli dalla propria parte». Nessun paragone con gli allenatori di oggi, un parere su Fonseca («Mi piace, almeno per quello che vedo da fuori»). Tra i giocatori giallorossi indica Kumbulla, «un centrale molto interessante cresciuto qui a Verona. Poi spazio ai ricordi a partire da Batistuta che allenava alla Fiorentina. «Resta il giocatore che ogni allenatore vorrebbe. Non faceva distinzione tra un allenatore e un altro. Sapeva prendere da tutti i tecnici il bello e il buono. È una cosa che lo ha reso unico. Un ragazzo che ha sempre lavorato sodo. Mi diceva: “Io mi devo allenare più di altri, non ho grandi proprietà tecniche”. Però aveva potenza, fiuto del gol, elevazione. Non ho mai visto una costanza del genere in un atleta. Sarebbe da prendere a esempio. A volte si creano i grandi gruppi in cui c’è una miscela di tutto. Un’idea che è condivisa da tutti. Firenze è stato un miscuglio di questo tipo qui in cui erano coinvolti anche tifosi. Eravamo un corpo unico. È stato un anno splendido, intenso. Anche se non abbiamo vinto, ma ci siamo andati vicini». Ha vinto a Parma. «Forse è stata l’unica volta in cui ho avvertito dal club l’esigenza di dover vincere. Con quella squadra, quella qualità di rosa, era anche normale avere aspettative. E qualcosa l’abbiamo portata a casa. Non era facile, eh, non è mai facile vincere. Alla fine, uno solo alza la coppa».
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